Il primo passo.

Sotto i portici del centro storico.

All’interno di una comunità.

In fila dalla parrucchiera.

A lavoro.

Dentro le scuole.

Dal panettiere sotto casa.

Sui social.

A casa di qualcuno.

A casa di un amico.

A casa.

Entrare in contatto con il disagio psichico e la sofferenza che esso genera, spesso, è più semplice di quanto ci piaccia pensare. Alla fine ogni paese ha il suo “matto”, ogni via il suo “dialogatore solitario” e sicuramente molti di noi, qualche volta, si saranno fermati a scambiare due battute con questi soggetti un pò particolari. Alla fine la risata è spontanea quando parli con uno che indossa e accarezza 13 orologi mentre ti racconta di quando vinse la battaglia di Waterloo. 

Ma cosa nascondono quelle risate?

Cosa nasconde la risata del prode cavaliere? Cosa cela invece la nostra?

Io credo che siano risposte con significati diversi alla stessa domanda che come altre cose in questo mondo, in base alla prospettiva, può essere variamente interpretata. 

Scusi, disturbo?

Scusi, disturbo? Chiesi silenziosamente, nella mia testa, al prode cavaliere di Waterloo, interrogandomi su dove poterlo collocare all’interno della vasta letteratura psichiatrica, quale disturbo etichettasse meglio i suoi sintomi, in quale contenitore potessi definirlo.

Scusi, disturbo? Chiede a me silenziosamente, nella sua testa, il prode cavaliere di Waterloo. Una educata richiesta di attenzione, di un breve scambio di sguardi, una richiesta di aiuto fatta in punta di piedi, o anche meno pretenziosamente da parte mia, una semplice richiesta di essere visto e riconosciuto. Il secondo al comando di Napoleone sta pacatamente gridando “Io sono qui, mi vedi? Se non mi stai ancora guardando potresti farlo se non ti crea disturbo?”

Avvicinarsi alla sofferenza, per quanto eccentricamente questa possa essere vestita, è sempre complesso. Bisogna mettere in campo consistenti risorse emotive, bisogna essere capaci di vedere l’altro e di accoglierlo, bisogna essere abbastanza forti da rimanere saldi in sé stessi anche se per qualche minuto sarà necessario uscire dalla nostra pelle per entrare in quella di qualcun altro. E a volte, nonostante tutte queste capacità, restare vicino a quella sofferenza è complesso e in qualche modo dobbiamo difenderci. A volte scappiamo. Altre volte ridiamo. 

Si, ridiamo. 

Credo che l’ironia sia un’arma potentissima, un ariete che ci permette di entrare nella sofferenza, un grande scudo che permette di restarci affianco a quella sofferenza, un’armatura salda che ammortizza i colpi, un elmo ergonomico che ci permette di vedere, se vogliamo vedere, e allo stesso tempo protegge la nostra mente.

Credo che questo, descritto con le parole di un cavaliere napoleonico, sia ciò che significa questa pagina. 

Un avvicinamento guidato dall’ironia alla sofferenza psichica. 

Un’ironia sana, non offensiva ma difensiva, un’ironia sulle situazioni, su dei momenti o su dei comportamenti e mai sulle persone. Si ride su una caratteristica, un vestito particolare, un pensiero bizzarro, non sull’essere di qualcuno.

Un’ironia che le stesse autrici usano tutti i giorni durante il loro tirocinio, ma anche nella vita. 

Un’ironia costruttiva che infrange barriere, abbatte le differenze e mette i protagonisti delle più divertenti vicende allo stesso piano. Il piano della risata che unisce e, spesso, difende. Permettendo a chi, come noi, si augura di riuscire a intraprendere uno dei mestieri più belli del mondo con la leggerezza di chi chiede l’ora ai passanti nonostante indossi 13 orologi differenti ma con la stessa vocazione di chi, nonostante veda tutti e 13 gli orologi, gli dice che ore sono.

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